Come dobbiamo dunque adorare?
Verso i tre quarti del XX secolo, Francis A. Schaeffer pose la domanda: «Come dovremmo dunque vivere?». Il suo libro omonimo rispondeva alle questioni sollevate dal radicale cambiamento della nostra cultura, passata dalla modernità alla postmodernità. La domanda che la nostra generazione si trova ad affrontare è strettamente collegata a quella: «Come dobbiamo dunque adorare?». Il «come?» del culto è oggi una questione fortemente dibattuta. La controversia è stata descritta come una vera e propria «guerra del culto».
Se negli ultimi trent’anni vi è stata una guerra del culto nella Chiesa americana, ormai il suo esito è certamente deciso. Di gran lunga, la forma di culto che ha prevalso ai nostri giorni è quella generalmente definita «culto contemporaneo». In questo contesto, «contemporaneo» viene contrapposto a «tradizionale», considerato ormai superato, antiquato e irrilevante per l’uomo contemporaneo. Coloro che ritengono che questa svolta contemporanea nel culto rappresenti un deterioramento sono ormai una minoranza; è dunque opportuno che esaminiamo la questione del «come» sollevata per la prima volta da Schaeffer.
La domanda sul «come» è collegata alle altre domande che solitamente si pongono i giornalisti quando cercano di ricostruire i dettagli di una determinata vicenda. Essi chiedono: «Chi? Che cosa? Dove? Quando? E come?». Allo stesso modo, il punto migliore da cui partire per rispondere alla domanda sul «come» del culto è la domanda sul «chi». È evidente che la domanda più importante che dobbiamo porci è: «Chi è Colui che siamo chiamati ad adorare con tutto il nostro cuore, con tutta la nostra mente e con tutta la nostra anima?».
A prima vista, la risposta a questa domanda è estremamente semplice. Da una prospettiva cristiana, la risposta ovvia è che siamo chiamati ad adorare il Dio trino. Per quanto questa risposta possa sembrare semplice, quando consideriamo l’attenzione che tale questione riceve in tutto l’Antico e il Nuovo Testamento, ci rendiamo conto che, in quanto creature decadute, una delle nostre inclinazioni più profonde e fondamentali è quella di adorare qualcosa, o qualcuno, diverso dal vero Dio. Non è un caso che i primi quattro comandamenti dei Dieci Comandamenti concentrino la nostra attenzione sul vero Dio, che siamo chiamati ad adorare conformemente a ciò che egli è.
Allo stesso modo, il Nuovo Testamento ci chiama a onorare Dio mediante una vera adorazione. Paolo ci ricorda che al cuore della nostra condizione decaduta vi è il rifiuto di onorare Dio come Dio e di mostrargli la dovuta gratitudine mediante la lode e il ringraziamento. È dunque indispensabile che il cristiano, fin dall’inizio della sua ricerca per comprendere che cosa sia il vero culto, abbia ben chiaro che l’oggetto della nostra adorazione deve essere Dio e Dio soltanto.
Dobbiamo adorare Dio nel modo in cui Dio vuole essere adorato. È proprio qui che sembra trovarsi la crisi provocata dalla rivoluzione del culto ai nostri giorni.
Quando passiamo alla domanda sul «dove», la questione non sembra avere un’importanza così decisiva. Ricordiamo la conversazione di Gesù con la donna al pozzo, quando egli affermò che per la Chiesa del Nuovo Testamento non esiste un santuario centrale stabilito nel quale debba necessariamente svolgersi ogni vero culto. Non è necessario che i cristiani si rechino a Gerusalemme per offrire a Dio un culto autentico. Allo stesso tempo, però, osserviamo lungo tutta la storia biblica che il popolo di Dio si riuniva in luoghi diversi, comprese le chiese nelle case nei primi anni successivi all’ascensione di Cristo. Il fenomeno delle chiese domestiche del primo secolo non nasceva dal desiderio di evitare le chiese istituzionali o di costituire una sorta di chiesa clandestina, ma era fondamentalmente una soluzione dettata dalla praticità: la Chiesa era ancora così piccola che il numero dei credenti permetteva loro di riunirsi facilmente in una casa. Man mano che la Chiesa cresceva numericamente, divenne necessario trovare un luogo nel quale un gruppo più numeroso potesse riunirsi per il culto solenne di Dio, come atto comunitario di lode e celebrazione. Oggi, dunque, la risposta più ovvia alla domanda sul «dove» sembra essere che dovremmo adorare Dio insieme agli altri cristiani, riunendoci nelle chiese locali.
Anche la domanda sul «quando?» riceve attenzione nella Scrittura. Ovviamente, il credente ha il dovere di adorare Dio ogni giorno e in ogni momento. Tuttavia, Dio stabilisce tempi e occasioni particolari nei quali il suo popolo si riunisce per il culto comunitario. Nell’Antico Testamento, questo tempo particolare fu stabilito fin dall’inizio nel sabato. Il termine «sabato» indica il settimo giorno, ossia un ciclo di un giorno su sette. Nell’economia dell’Antico Testamento, esso cadeva il settimo giorno della settimana. Dopo la risurrezione e la separazione della comunità cristiana dal giudaismo, il giorno fu spostato dal settimo al primo giorno della settimana, pur rimanendo intatto il ciclo di sette giorni. Comprendiamo che, quando la comunità cristiana si riunisce in assemblea solenne, la comunione dei santi significa che i cristiani non sono uniti soltanto a livello locale nelle proprie congregazioni, ma che il culto reso a Dio si estende oltre le mura di ogni singola chiesa e comprende le chiese di tutta la nazione e di tutto il mondo, le quali, per la maggior parte, si riuniscono nello stesso tempo. Ma le domande sul «dove» e sul «quando» diventano relativamente secondarie quando riportiamo la nostra attenzione sulla domanda del «come». E la domanda sul «come» è, in ultima analisi, determinata dalla domanda sul «chi».
E il culto non deve essere concepito per piacere al non credente, e neppure al credente. Il culto deve essere concepito per piacere a Dio.
Dobbiamo adorare Dio nel modo in cui Dio vuole essere adorato. È proprio qui che sembra trovarsi la crisi provocata dalla rivoluzione del culto ai nostri giorni. La forza trainante dietro il radicale cambiamento nel modo in cui oggi adoriamo Dio non deriva da una nuova scoperta del carattere di Dio, ma piuttosto da studi pragmatici su ciò che funziona per attirare le persone al culto comunitario. Elaboriamo così nuovi modi di adorare che cercano di adattare il culto del popolo di Dio alle esigenze di coloro che si trovano al di fuori della comunità del patto. Ci viene detto che le chiese dovrebbero essere «sensibili ai cercatori», cioè che dovrebbero strutturare il culto in modo da renderlo attraente per i non credenti. Questa può anche essere un’ottima strategia per l’evangelizzazione, ma dobbiamo ricordare che lo scopo principale del culto sabbatico non è l’evangelizzazione. Il culto e l’evangelizzazione non sono la stessa cosa. L’assemblea solenne deve essere la riunione dei credenti, del corpo di Cristo, che si radunano per rendere adorazione, onore e lode al loro Dio e al loro Redentore. E il culto non deve essere concepito per piacere al non credente, e neppure al credente. Il culto deve essere concepito per piacere a Dio. Ricordiamo le tragiche vicende dei figli di Aaronne nell’Antico Testamento, i quali offrirono davanti al Signore un fuoco estraneo che Dio non aveva comandato. Come conseguenza del loro «esperimento» nel culto, Dio li consumò all’istante. In segno di protesta, Aaronne si rivolse a Mosè, chiedendo spiegazioni sulla furiosa reazione di Dio. Mosè ricordò ad Aaronne che Dio aveva dichiarato di dover essere riconosciuto come santo da tutti coloro che si avvicinano a lui.
Credo che l’attributo di Dio che, più di ogni altro, dovrebbe determinare il nostro modo di pensare al culto sia la sua santità. È questa che definisce il suo carattere e che dovrebbe manifestarsi nel modo in cui rispondiamo a lui. Certamente, Dio è al tempo stesso trascendente e immanente. Non è semplicemente remoto, distante e separato da noi. Egli viene anche a stare con noi. Dimora con noi. Entra in comunione con noi. Ci accoglie nella sua famiglia. Noi invochiamo la sua presenza. Ma quando nel culto del Nuovo Testamento siamo incoraggiati ad avvicinarci a lui, siamo incoraggiati ad avvicinarci a un Dio che, anche nella sua immanenza, rimane assolutamente santo.
L’attributo di Dio che dovrebbe determinare il nostro modo di pensare al culto sia la sua santità.
Il moderno movimento nel campo del culto è concepito per abbattere le barriere tra l’uomo e Dio, per rimuovere, per così dire, il velo che ci separa dalla temibile santità di Dio, quella santità che potrebbe farci tremare. È concepito per farci sentire a nostro agio. La musica che introduciamo nella chiesa è musica che attingiamo dal mondo dell’intrattenimento secolare. Recentemente ho sentito un teologo dire che non soltanto era soddisfatto di questo stile innovativo di culto e di musica, ma che, a suo giudizio, ciò di cui la Chiesa ha bisogno oggi è una musica ancora più «funky».
Quando sentiamo ministri e teologi incoraggiare la Chiesa a essere più «funky» nel culto, temo che la Chiesa abbia perso la propria identità. Torniamo piuttosto ad Agostino, il quale riconosceva che nel nostro culto possiamo utilizzare una varietà di forme musicali, ma che tutto ciò che facciamo dovrebbe essere caratterizzato da una certa gravitas, da una certa solennità, e dovrebbe sempre possedere le qualità della riverenza e del santo timore davanti al Dio vivente. Il «che cosa?» del culto, il «dove?» del culto, il «quando?» del culto e, soprattutto, il «come?» del culto devono essere sempre determinati dal carattere di Colui che è il Dio vivente.