Lo scandalo del giudizio: dalla spada alla croce

Deuteronomio 20 è uno dei capitoli più difficili dell’Antico Testamento. Qui Dio comanda a Israele di distruggere completamente i popoli di Canaan: uomini, donne e bambini. Per il lettore moderno, questo testo solleva domande morali profonde e inquietanti: come può un Dio buono comandare una tale distruzione?

Di fronte a un passo come questo, la tentazione è duplice. Da un lato, possiamo cercare di “difendere” Dio, come se avesse bisogno di una giustificazione morale. Dall’altro, possiamo addolcire il testo, riducendolo a qualcosa di simbolico o marginale. La Scrittura, però, ci invita a fare una cosa diversa: collocare Deuteronomio 20 nel quadro della storia della redenzione. Solo così questo capitolo smette di essere uno scandalo isolato e diventa una finestra sulla santità di Dio, sulla gravità del peccato e, sorprendentemente, sulla profondità del Vangelo.

Una terra santa deve essere purificata

In Deuteronomio 20, Mosè distingue chiaramente tra due tipi di conflitti. Da una parte ci sono le guerre comuni contro nazioni lontane; dall’altra, la guerra contro i popoli cananei. Questa distinzione è fondamentale. Canaan non è una terra come le altre. È la terra che Dio ha designato come luogo della sua dimora, lo spazio del suo regno e il contesto del suo santuario.

Il comando di distruggere i Cananei non nasce da un’idea di superiorità etnica o politica, ma da una realtà teologica: la terra è santa. I Cananei non vengono giudicati arbitrariamente, ma a causa di una lunga storia di idolatria, immoralità sessuale e violenza rituale (Gen 15:16; Lev 18). Israele, in questo contesto, agisce come strumento temporaneo del giudizio di Dio.

Il linguaggio dello ḥērem (lo “sterminio votivo”) non è militare nel senso moderno, ma giudiziario e cultuale. Non si tratta di espansione imperialista, ma di purificazione: l’eliminazione di ciò che contamina lo spazio santo di Dio.

Da Eden a Canaan: un compito sacerdotale

Per comprendere davvero Canaan, dobbiamo tornare all’inizio della Bibbia, al Giardino dell’Eden. In Genesi 2, Adamo riceve il mandato di coltivare e custodire il giardino (Gen. 2:15). Il linguaggio utilizzato è sorprendentemente simile a quello che, più avanti, descriverà il servizio sacerdotale nel tabernacolo. Adamo è un re-sacerdote, incaricato di proteggere il santuario della presenza divina.

Quando Adamo fallisce, il giardino viene profanato, l’umanità viene espulsa e una spada fiammeggiante custodisce l’accesso. Canaan rappresenta, in un certo senso, un nuovo Eden: una terra dove Dio dimora in mezzo al suo popolo, affidata a un “Adamo collettivo”, Israele. Il giardino, il tabernacolo, il tempio e la terra promessa fanno parte di un’unica linea teologica: Dio che estende il suo spazio santo nel mondo.

Alla luce di questo, la distruzione dei Cananei non appare come un’anomalia, ma come l’applicazione coerente del principio di Eden: il male non può coesistere con la presenza santa di Dio.

Canaan come anticipazione del giudizio finale

La conquista di Canaan non guarda solo indietro, al peccato dei Cananei, ma anche in avanti. È una miniatura storica, un segno profetico del giorno in cui Dio purificherà l’intera creazione. La Bibbia è chiara: la storia non termina con una tolleranza eterna del male, ma con il giudizio finale.

In Apocalisse 19, Cristo ritorna non come Agnello sacrificato, ma come Re vittorioso, con la spada della sua parola. Canaan è un’ombra; il giudizio finale è la realtà.

Il vero scandalo: noi meritiamo lo stesso giudizio

Spesso leggiamo Deuteronomio 20 chiedendoci perché Dio abbia giudicato i Cananei. La Bibbia, però, ci conduce a una domanda più profonda: perché Dio non giudica immediatamente noi? Israele non era moralmente superiore ai Cananei. Mosè lo afferma senza ambiguità: «Non è a motivo della tua giustizia che entri in possesso della terra» (Dt 9:5). Infatti, quando Israele imiterà i peccati dei Cananei, subirà lo stesso giudizio: l’esilio ne è la prova.

Lo ḥērem rivela una verità scomoda ma essenziale: davanti alla santità di Dio, tutti meritano la spada del giudizio. La differenza non è tra “noi” e “loro”, ma tra giudizio immediato e giudizio rimandato.

La Chiesa tra Canaan e la nuova terra

Per evitare gravi errori, è fondamentale capire dove ci troviamo oggi nella storia della redenzione. La Chiesa non è una nazione, non possiede una terra sacra e non è chiamata a impugnare la spada. Viviamo tra i tempi: dopo Canaan e prima della nuova creazione. Questo è il tempo della pazienza di Dio, della proclamazione del Vangelo e della chiamata al ravvedimento. Il giudizio non è stato abolito, ma posticipato. L’etica della Chiesa non è quella della conquista, ma quella della croce.

È proprio per questo che Gesù, nel momento decisivo, dice a Pietro: «Riponi la tua spada» (Mt 26:52). Pietro pensa ancora secondo la logica di Canaan: difendere il regno di Dio con la forza, purificare il mondo attraverso la violenza. Gesù lo corregge radicalmente. Questo non è il tempo della spada giudiziaria, ma il tempo della pazienza redentrice. Se Gesù avesse voluto instaurare il Regno come Israele aveva purificato Canaan, quella notte nel Getsemani sarebbe stata il momento giusto. Invece, la spada non colpisce i peccatori, ma il Figlio.

Qui vediamo il passaggio decisivo: da Canaan alla croce, dalla spada del giudizio alla spada che colpisce Cristo, dalla violenza sacra alla sofferenza redentrice.

Un abuso della Scrittura: le crociate

Questo passaggio non è sempre stato compreso nella storia della Chiesa. Le crociate del Medioevo ne sono un esempio tragico. Furono spesso giustificate da una lettura errata di testi come Deuteronomio 20, come se la Chiesa avesse ereditato il mandato di Israele di purificare una terra mediante la violenza.

Ma questo fu un abuso della Scrittura e una confusione delle epoche redentive. Le crociate nacquero da una teologia che identificava il Regno di Dio con un territorio geografico, trasformava la Chiesa in una nazione armata e riportava l’etica di Canaan dentro l’era del Vangelo. Quando la Chiesa prende la spada, tradisce la croce.

Questo non dimostra che la Bibbia conduca alla violenza, ma che la Bibbia può essere violentata quando viene letta fuori dalla storia della redenzione.

Cristo sotto la spada del giudizio

Qui arriviamo al centro di tutto. Tutto ciò che Deuteronomio 20 rappresenta — giudizio, espulsione, morte — converge su Gesù Cristo. Cristo è il vero Adamo che non fallisce. È il vero Israele fedele. È colui che entra volontariamente sotto lo ḥērem. Sulla croce, la spada della giustizia divina non cade sui Cananei, né su Israele, né su di noi. Cade sul Figlio amato. «Il Signore ha fatto ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti» (Is 53:6).

Il Dio che un giorno giudicherà il mondo è lo stesso Dio che, in Cristo, ha portato su di sé il giudizio. Per questo Deuteronomio 20 non è un testo imbarazzante da evitare, ma una verità dura che rende il Vangelo infinitamente più glorioso. Se il peccato non fosse così grave, la croce non sarebbe necessaria. Se il giudizio non fosse reale, la grazia non sarebbe sorprendente.

La spada che un giorno colpirà il mondo è la stessa spada che ha già colpito Cristo al posto nostro.

Michael Brown

Rev. Michael Brown è il pastore della Chiesa Riformata Filadelfia e Ministro della Parola e dei Sacramenti dalle United Reformed Churches of North America (URCNA). È l’autore di molti articoli e diversi libri, tra cui Il vincolo sacro: Introduzione alla teologia del patto (2012), Christ and the Condition: The Covenant Theology of Samuel Petto (2012) e 2 Timothy: commentario espositivo sul Nuovo Testamento (2022).

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